Cenni storici

Uniti in un'unica FEDE

Recenti indagini antropologiche, intrecciando le memorie storiche della festa ‘madre’ dei Gigli di Nola, svelano un legame profondo con la nostra terra. I contadini recalesi, instancabili lavoratori nelle colture di canapa, tabacco e granturco, venivano infatti ingaggiati fin dai primi anni dell’Ottocento dai maestri di festa nolani. A queste braccia robuste era affidato il compito di cullare a spalla le imponenti macchine in onore di San Paolino, facendo danzare gli otto obelischi nel cuore di una città che, all’epoca, apparteneva alla storica provincia di Terra di Lavoro.

Da questa esperienza nacque l’ispirazione che, verso la fine del XIX secolo, portò all’introduzione del Giglio – o più propriamente ‘Guglia’ – anche a Recale, per solennizzare con maggior grandiosità i festeggiamenti del nostro amato Patrono, Sant’Antimo. È datata 1887 la prima testimonianza storica che segna l’inizio di questo cammino, tracciando un solco indelebile fatto di Tradizione, Fede e Folclore.

Sotto il profilo antropologico, un passaggio cruciale è rappresentato dal silenzio imposto alla tradizione del Giglio per circa un ventennio. A seguito del divieto vescovile del 1926, la maestosa macchina da festa scomparve dalle strade fino al dopoguerra, lasciando spazio, per il trasporto in processione dell’amata statua del Santo, all’uso di una caratteristica “barca”.

Questa fase di transizione segnò anche un mutamento nelle dinamiche sonore della festa: la banda musicale cessò di esibirsi dalla base della struttura per precederla in cammino. Fu in questo contesto che il canto rituale dell’alzata venne soppiantato dalla voce vigorosa del capoparanza, i cui comandi — “Sott’a so’, oh’izà! — divennero l’unica guida per il sollevamento fino agli albori del Novecento, la devozione si traduceva anche nella composizione annuale di canzoni d’occasione.

Tra queste, rimane immortale la “Tarantella” del maestro Luigi Salzano, composta alla fine dell’Ottocento. Ancora oggi, dopo oltre un secolo, è questa melodia a dettare il passo cadenzato alla paranza, trasformando il peso dell’obelisco in una danza collettiva.

L’ultimo esempio di questa florida tradizione canora risale al 1925, con il brano “‘A Festa” scritto da Luigino Di Giuliano, a chiusura di un’epoca musicale irripetibile.

Ecco una riscrittura che armonizza le informazioni da te fornite con i dati storici precisi presenti nel documento allegato (in particolare correggendo il nome dello scultore come riportato dalla fonte):

Come già accennato, l’usanza del Giglio rifiorì nel 1946, riprendendo il suo posto nella storia del paese dopo la lunga interruzione. Se in una prima fase, tra il 1946 e il 1948, la struttura mantenne un profilo classico con il rivestimento sulla sola facciata anteriore, fu a partire dal 1949 che essa tornò a mostrarsi nella sua veste più esclusiva e maestosa.

Ciò che rende la nostra celebrazione unica rispetto ad altre tradizioni è proprio la scelta di realizzare un Giglio a quattro facciate. Sulla sua base, nella parte anteriore, trova collocazione la venerata statua di Sant’Antimo. Si tratta dell’opera in legno di ciliegio scolpita nel 1822 dall’artista Francesco Vassallo da Napoli, un capolavoro che richiama i motivi del barocco napoletano, oggi catalogato tra i beni culturali e tutelato dalla Soprintendenza delle Belle Arti di Caserta.


A testimonianza del suo inestimabile valore, la festa del Giglio in onore di Sant’Antimo è stata iscritta dal 2018 nell’“Inventario del Patrimonio Immateriale della Campania” (IPIC), secondo i canoni UNESCO. Questo riconoscimento rappresenta un sigillo fondamentale all’impegno profuso dal Comitato che, ieri come oggi, si prodiga in tutti i modi per elevare il decoro della festa e custodire le tradizioni secolari che identificano il nostro territorio.